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Una fattispecie di concorrenza sleale dell’art. 2598 n.3 c.c.: il caso della violazione delle norme di diritto pubblico.

Gli imprenditori durante l’esercizio della loro attività d’impresa devono rispettare molte norme di diritto pubblico: nel settore penale, amministrativo e tributario.

Fra esse vi sono le normative sulla tutela dei lavoratori, sugli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali, sul rilascio delle autorizzazioni o delle licenze, le norme igienico-sanitarie, le leggi doganali e quelle in materia di i.v.a.

Normalmente ogni condotta di un imprenditore che viola le leggi dello Stato si configura come contraria ai principi di correttezza.

Tuttavia non tutte le violazioni delle norme di natura pubblicistica possono configurare un comportamento concorrenziale scorretto.

Ed a tal fine si è soliti distinguere le norme violate in  quattro diversi tipi:

a)le norme che pongono limiti all’esercizio dell’attività imprenditoriale: la cui violazione costituisce di per sé un comportamento scorretto che viene considerato anche atto di concorrenza sleale.

Esempi tipici sono la violazione della legge che disciplina le vendite in fase di liquidazione o chi lasci aperto il proprio negozio oltre agli orari stabiliti,

b)le norme che impongono dei costi: per esempio le norme fiscali (come il mancato pagamento dell’iva, la mancata emissione di scontrini e ricevute fiscali) ovvero l’utilizzo irregolare di lavoratori dipendenti.

Per la violazione delle norme che impongono dei costi, la semplice violazione di esse, di per sè, non costituisce un comportamento di concorrenza sleale.

Affinchè sussista la fattispecie legislativamente delineata del n. 3 dell’art. 2598 c.c. è necessario:

che tale risparmio di costi venga sfruttato concretamente dall’imprenditore: per esempio per ottenere una diminuzione dei prezzi di vendita dei prodotti. Mentre i concorrenti, che sostengono questi costi, non possono applicare gli sconti, e

-che tale comportamento concorrenziale sia fonte di danno a carico degli altri imprenditori,

c)le norme che impongono degli oneri: la violazione di tali norme non può considerarsi in sé atto di concorrenza sleale.

Per l’esercizio di determinate attività imprenditoriali è necessario ottenere delle licenze o delle autorizzazioni. Discorso diverso nel caso in cui anche in tale ipotesi l’imprenditore sfrutti concretamente tale sua situazione di vantaggio nel qual caso si configurerà indubbiamente un illecito concorrenziale,

d)la violazione di norme penali. Particolare attenzione merita la violazione di normative penali. Si pensi ai reati di corruzione o a reati del tutto simili.

In caso di appalti o commesse pubbliche, un imprenditore che paga “tangenti” al funzionario pubblico, oltre a commettere un reato, è certamente responsabile anche di un atto di concorrenza sleale.

Con tale sua condotta danneggia sicuramente altri imprenditori che non ricorrono a tali mezzi sleali per vincere un appalto ovvero ottenere una commessa.

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