Avvocato Cavalea > Sentenze  > Concorrenza sleale  > Corte di Cassazione e Corti Europee  > Terzo interposto e concorrenza sleale

Terzo interposto e concorrenza sleale

Terzo interposto e concorrenza sleale.

Degli atti di concorrenza sleale compiuti dal terzo interposto dipendente dell’imprenditore concorrente, ne risponde quest’ultimo.

La concorrenza sleale costituisce una fattispecie tipicamente riconducibile ai soggetti del mercato in concorrenza. E’ quindi esclusa la sua configurabilità in mancanza del presupposto oggettivo rappresentato dal c.d. rapporto di concorrenzialità.

Ciò vuol dire che il soggetto attivo e quello passivo devono essere entrambi imprenditori concorrenti.

Tuttavia si può  ravvisare concorrenza sleale anche nel caso in cui l’atto lesivo del diritto del concorrente venga posto in essere da un soggetto, il cosiddetto terzo interposto che:

  • pur non essendo egli stesso in possesso dei necessari requisiti soggettivi, ovverosia della qualità di concorrente del danneggiato,
  • si trovi con il soggetto avvantaggiato in una particolare relazione, tale da far ritenere che l’atto sia stato oggettivamente compiuto nell’interesse di quest’ultimo.

In pratica chi si ritiene danneggiato deve provare che il terzo interposto abbia agito nell’interesse del suo concorrente.

L’orientamento sul punto della Corte di Cassazione è ormai pacifico. Si vedano: Cassazione sezione 1°, sentenza del 06-06-2012, n. 9117: Cassazione civile, sentenza n. 17459 del giorno 09-08-2007; Cassazione civile, sentenza n. 13071 del giorno 08-09-2003.

Qualora poi, come nel caso affrontato dalla Corte di legittimità, l’autore dell’illecito sia anche un dipendente dell’imprenditore che ne ha tratto vantaggio, quest’ultimo è tenuto a risponderne ai sensi dell’art. 2049 cod. civ.

Quindi risponde dell’illecito anche il datore di lavoro del terzo (suo dipendente) e ciò:

  • sulla base del mero rapporto intercorrente con il soggetto agente (cioè il terzo interposto),
  • ed anche se l’atto non sia causalmente riconducibile allo esercizio delle mansioni affidate a quest’ultimo.

Infatti per configurare l’illecito è sufficiente che tra le mansioni affidate al terzo e l’illecito sia configurabile un rapporto di occasionalità necessaria, nel senso che il dipendente abbia agito nell’ambito dell’incarico affidatogli.

Ed il datore di lavoro sarà responsabile anche nel caso in cui il dipendente:

  1. abbia agito  eccedendo i limiti delle proprie mansioni o
  2. abbia agito all’insaputa del datore di lavoro.

Si vedano: Cassazione civile, sezione 3°, sentenza n. 8210 del giorno 04.04.2013; Cassazione, sentenza n. 6632 del 12.03.2008; Cassazione  civile, sezione lavoro, sentenza n. 7403 del 25.03.2013.

(Il caso affrontato dalla Corte di legittimità era relativo ad espressioni diffamatorie e denigratorie nei confronti di una società concorrente che erano state proferite da un dipendente. La Corte ha ritenuto sussistesse anche la responsabilità del datore di lavoro in virtù del rapporto di dipendenza intercorrente tra quest’ultima ed il suo dipendente)

(Corte di Cassazione, sezione 1° civile, sentenza n. 18691 pubblicata il 22-09-2015, presidente R. Rordorf).