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Relazione di interessi. Il terzo e l’imprenditore concorrente.

Relazione di interessi. Il terzo e l’imprenditore concorrente.

E’ necessaria la sussistenza di una relazione di interessi fra il terzo e l’imprenditore che se ne è avvantaggiato per aversi condanna del terzo per concorrenza sleale. 

Elementi costitutivi della fattispecie legale della concorrenza sleale di cui all’art. 2598 c.c. sono:

  • a) il dolo e la colpa, nonchè
  • b) il rapporto di concorrenzialità fra i soggetti coinvolti.

La giurisprudenza di legittimità afferma che la concorrenza sleale deve ritenersi fattispecie tipicamente riconducibile ai soggetti del mercato in concorrenza. Cosa vuol dire? Ciò vuol dire che:

  • sia il soggetto che compie atti di concorrenza sleale
  • sia colui che li subisce

devono essere imprenditori e contemporaneamente anche concorrenti.

Quindi non può esservi “concorrenza” e di conseguenza anche la “concorrenza sleale” qualora manchi il cosiddetto “rapporto di concorrenzialità. Cioè se uno dei due non è imprenditore. Si veda sul punto, fra le tante sentenze che ci sono, Corte di Cassazione civile, sentenza n. 13071 del 2003.

Tuttavia in casi particolari:

  • l’elemento del rapporto di concorrenza può anche non esistere
  • ma sussistere comunque un atto di concorrenza sleale.

Ciò si verifica quando un tale atto sia posto in essere da un soggetto (chiamiamolo il terzo) che è in un particolare rapporto con l’imprenditore che si è avvantaggiato dalla sua condotta.

L’importante è che il giudice ritenga che l’attività del terzo sia stata oggettivamente svolta nell’interesse dell’imprenditore che si è avvantaggiato.

A nulla rileva:

  • la mera circostanza del vantaggio arrecato all’imprenditore concorrente e
  • che vi fosse un pactum sceleris

fra il terzo e l’imprenditore che se ne è avvantaggiato.
Ciò che è sufficiente è il dato oggettivo consistente nell’esistenza di una:

  • relazione di interessi tra autore dell’atto ed imprenditore avvantaggiato.

Mentre in carenza della relazione di interessi l’attività illecita del terzo integra un illecito ex art. 2043 cod. civ., ma non anche un atto di concorrenza sleale.
Quindi affinchè la commissione del fatto lesivo della concorrenza da parte di un terzo abbia rilievo è necessaria l’esistenza di una relazione di interessi tra l’autore dell’atto e l’imprenditore avvantaggiato.
Tuttavia tale relazione di interessi va dimostrata in causa da parte di chi agisce.

(Nel caso specifico la società attrice aveva fatto causa alla società convenuta perchè riteneva avesse fatto della pubblicità scorretta a suo danno su Seat Pagine Gialle. Tuttavia la Corte di Appello non aveva considerata provata la relazione di interessi fra l’attore ed il terzo, Seat Pagine Gialle, per cui aveva respinto la domanda di condanna della convenuta per concorrenza sleale. In pratica l’attore non aveva provato alcun legame fra la società convenuta e Seat Pagine Gialle. L’inserzione erronea era solo colpa della Seat Pagine Gialle, non citata in giudizio. La Corte di Cassazione ha confermato la pronunzia).
(Corte di Cassazione, sezione 1′ civile, sentenza n. 7476, pubblicata il 23.03.2017, presidente V.Ragonesi).