Avvocato Cavalea > Sentenze  > Concorrenza sleale  > Tribunali e Corti d’appello  > Il rapporto di concorrenza. Il caso UBER.

Il rapporto di concorrenza. Il caso UBER.

Per potersi configurare un illecito concorrenziale, è necessario che sussista un rapporto di concorrenza tra il soggetto attivo ed il soggetto passivo del comportamento che si ritiene sleale. Com’è noto, il rapporto di concorrenza richiede la sussistenza di una “comunanza di clientela”, da accertarsi anche in via potenziale.
In particolare, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza anche di legittimità, il rapporto di concorrenza tra due o più imprenditori:
derivante dal contemporaneo esercizio di una medesima attività industriale o commerciale
in un ambito territoriale anche solo potenzialmente comune
comporta che la comunanza di clientela non è data dalla identità soggettiva dei clienti, bensì dall’insieme dei consumatori che sentono il medesimo bisogno di mercato.

Di conseguenza i consumatori si rivolgono a tutti i prodotti, uguali ovvero affini o succedanei a quelli posti in commercio dall’imprenditore che lamenta la concorrenza sleale, che sono in grado di soddisfare quel bisogno.
Si vedano in tal senso le numerose: Corte di Cassazione, sezione I civile, sentenza n. 6226 del 13.032013; Corte di Cassazione civile, sezione I civile, sentenza n. 17144 del 22.07.2009; Corte di Cassazione, sezione I civile, sentenza n. 1617 del 14.02.2000 e Corte di Cassazione, sezione I civile, sentenza n. 1259 del 15.02.1999.

Nel caso affrontato dal Tribunale di Torino (fra UBER ed i tassasti)
gli strumenti (trasporto pubblico a chiamata non di linea e la predisposizione dell’app UberPop che vale a mettere in contatto la domanda e l’offerta del servizio di trasporto),
la clientela ed i territori di svolgimento
(Tribunale di Torino, sezione specializzata in materia di impresa, sentenza n. 1553 pubblicata il 01.03.2017, presidente G. Ratti).