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Quando un concorrente può definirsi un “parassita”. Non è sufficiente che egli copi i prodotti altrui.

Quando un concorrente può definirsi un “parassita”. Non è sufficiente che egli copi i prodotti altrui.

La Cassazione ha confermato che non è sufficiente copiare anche spesso i prodotti altrui per essere condannati a titolo di concorrenza sleale parassitaria.

I caratteri della concorrenza sleale parassitaria sono stati definiti dalla Corte di Cassazione con la sentenza ormai datata n.13423 del 20 luglio 2004, n. 13423.  Tale sentenza ne ha definito i caratteri.

Questo orientamento è stato confermato anche recentemente.

Si vedano le sentenze della Cass. 12 ottobre 2018, n. 25607 e Cass. 29 ottobre 2015, n. 22118.

La concorrenza sleale parassitaria è ricompresa fra le ipotesi previste dall’art. 2598, 1°comma n. 3 del cod. civ.

Ciò che rileva per la Corte di legittimità non è tanto l’imitazione dei prodotti del concorrente in sé.

Infatti la circostanza importante è il continuo e sistematico operare sulle orme dell’imprenditore concorrente relativamente alle:

  • iniziative imprenditoriali di quest’ultimo,
  • in un contesto temporale prossimo alla ideazione dell’opera,
  • in quanto effettuata a breve distanza di tempo da ogni singola iniziativa del concorrente (nella concorrenza parassitaria definita diacronica) o
  • dall’ultima e più significativa di esse (in quella sincronica), vale a dire prima che questa diventi patrimonio comune di tutti gli operatori del settore.

(Cassazione civile, sezione 1, ordinanza n. 2980 pubblicata il 07.02.2020, rel.  L. Nazzicone).

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