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Prova del danno da concorrenza sleale.

Prova del danno da concorrenza sleale.

La prova del danno da concorrenza sleale va sempre data in giudizio.

Nel momento in cui si accertino ai sensi dell’art. 2598 del cod. civ. concreti fatti materiali di concorrenza sleale, l’art. 2600 del cod. civ. prevede una presunzione di colpa.

L’art. 2600 c.c. infatti onera chi ha commesso i fatti di concorrenza sleale a dimostrare l’assenza dell’elemento soggettivo (cioè di averli commessi con dolo o colpa). Ciò al fine di escludere la sua responsabilità.

Mentre il corrispondente danno che egli cagiona non è in re ipsa  (cioè non è nella stessa natura della cosa). Infatti il danno è:

  • una conseguenza diversa ed ulteriore

rispetto alla distorsione delle regole della concorrenza, cioè del comportamento dell’autore materiale dell’atto di concorrenza sleale.

Pertanto il danno necessita di una prova secondo in principi generali che regolano il risarcimento da fatto illecito stabiliti dall’art. 2043 del cod. civ.

Di conseguenza solo dimostrando la sua esistenza, il giudice può utilizzare il criterio equitativo per la relativa liquidazione nel caso in cui sia realmente difficoltosa una prova del suo ammontare preciso. Si veda sul punto: Corte di Cassazione, sentenza n. 25921 del 23.12.2015.

Quindi chi pretende un risarcimento per atti di concorrenza sleale deve dimostrare in giudizio:

  • la prova dell’esistenza del danno lamentato sia come danno emergente che come lucro cessante ed
  • il nesso di causa (cioè il nesso eziologico) fra la condotta dell’autore materiale degli atti di concorrenza sleale ed il danno cagionato.

(Corte di Cassazione, sezione 1 civile, sentenza n. 22034 pubblicata il 31.10.2016, Presidente M. Dogliotti).