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Liberi professionisti e la concorrenza sleale. Quando c’è?

Liberi professionisti e concorrenza sleale. Quando c’è?

La Corte di legittimità ha affrontato la questione della natura o meno imprenditoriale dell’attività del libero professionista (avvocato) laddove la stessa sia esercitata mediante l’ausilio di dipendenti.
La Corte, pur con riferimento alla configurabilità di un atto di concorrenza sleale, ha evidenziato che:

  • la sussistenza di una situazione di concorrenzialità tra due o più imprenditori
  • non puo’ ritenersi applicabile ai rapporti tra professionisti (nella specie, avvocati).

Ciò in quanto:

  • 1)pur essendo innegabile che, sotto il profilo meramente ontologico, studi di liberi professionisti siano per personale, mezzi tecnici impiegati e quant’altro, assimilabili ad una azienda,
  • 2)vi è un preciso intento del legislatore inteso a differenziare nettamente la libera professione dall’attività d’impresa e 
  • 3)vi è anche il preciso dato normativo proprio con riguardo alla professione di avvocato che disciplina le incompatibilità. Il dato normativo è individuato dal giudice nell’art. 3 primo comma del R.D.L. 1578 del 1933 che comprende il divieto dell’esercizio del commercio in nome proprio o altrui. Tale divieto sarebbe privo di significato se lo studio professionale fosse assimilabile ad un’azienda commerciale.

Quindi:

  • il l’intento del legislatore ed
  • il dato normativo

non depongono per l’applicabilità “tout court” del regime di responsabilità da concorrenza sleale ai rapporti tra liberi professionisti. Si veda sul punto Corte di Cassazione, sentenza n. 560 del 13-1-2005.
Solo in alcuni casi (Corte di Cassazione, sentenza n.13677 del 2004, Corte di Cassazione, sentenza n. 2645 del 1982) anche i professionisti intellettuali possono assumere la qualità di imprenditore commerciale ma solo quando esercitano la professione nell’ambito di un’attività organizzata in forma di impresa.
Cio’ vale solo in quanto essi svolgano una distinta ed assorbente attività che si contraddistingue da quella professionale proprio:

  1. per il diverso ruolo che assume il sostrato organizzativo – il quale cessa di essere meramente strumentale – e
  2. per il diverso apporto del professionista, non più circoscritto alle prestazioni d’opera intellettuale,

ma involgente una prevalente opera di organizzazione di fattori produttivi che si affiancano all’attività tecnica ai fini della produzione del servizio.
In sostanza l’esercizio di una professione intellettuale non può mai, salvo il caso sopra indicato, configurarsi come attività di impresa.
Cio’ è stato evidenziato dalle sezioni unite della Corte di Cassazione (sentenza n. 1889 del 1967), secondo la quale lo studio di un professionista non può costituire un’azienda, secondo la nozione datane dall’art 2555 cod. civ. che postula, insieme:

  • a)un soggetto qualificato (imprenditore) e
  • b)un complesso di beni organizzati per l’esercizio di una determinata impresa.

L’attività del libero professionista è invece:

  • sempre ancorata ad una prestazione d’opera intellettuale,
  • non riconducibile ad un’attività economica organizzata ai fini della produzione o dello scambio di beni o servizi.

(Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n.2520 pubblicata il 09-02-2016, presidente P. Stile).

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