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cd. “parassitaria”: non è sufficiente copiare i singoli prodotti.

La Corte di Cassazione (Sezione I – sentenza n. 22118 del 2015) ha dato una recente definizione di concorrenza sleale parassitaria che è ricompresa fra le ipotesi previste dall’art. 2598, n. 3, c. c.

Quest’ultima consiste in “un continuo e sistematico operare, da parte di un imprenditore, sulle orme dell’imprenditore concorrente, attraverso l’imitazione di rilevanti iniziative imprenditoriali di quest’ultimo, e quindi non solo dei prodotti tutelati, compiute in tempi più o meno ravvicinati.

Quindi per essere condannati per concorrenza sleale parassitaria non è sufficiente la prova della “copiatura” o “reiterata imitazione servile” dei singoli prodotti. E’ necessario un “quid pluris”.

Sono necessari altri comportamenti idonei a danneggiare l’altrui azienda non conformi ai principi della correttezza professionale.

E per altro verso i mezzi utilizzati per questo tipo di concorrenza sleale (quella parassitaria) sono mezzi diversi e distinti da quelli relativi ai casi tipici di cui ai precedenti nn. 1 e 2 dell’art. 2598 c.c..

In conclusione devono essere individuate le attività del concorrente sistematicamente e durevolmente plagiate, con l’adozione e lo sfruttamento, più o meno integrale ed immediato, di ogni sua iniziativa, studio o ricerca, contraria alle regole della correttezza professionale.

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