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La causa petendi dell’azione di concorrenza sleale.

La causa petendi dell’azione di concorrenza sleale.

La causa petendi dell’azione di concorrenza sleale va individuata fin dall’inizio dell’instaurazione della causa in modo preciso.

L’ipotesi prevista dal n. 3 dell’art. 2598 cod. civ. consistente nell’avvalersi direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda:

  • a)si riferisce a mezzi diversi e distinti da quelli relativi ai casi tipici di cui ai precedenti nn. 1 e 2 e
  • b)costituisce un’ipotesi autonoma di possibili casi alternativi,

per i quali è necessaria la prova in concreto dell’idoneità degli atti ad arrecare pregiudizio al concorrente. E’ sempre necessario provare concretamente che il comportamento del concorrente scorretto è idoneo a crearvi un danno.
Ne consegue che, se a fondamento della domanda sono allegati atti di imitazione servile, come tali integranti concorrenza sleale per la loro intrinseca idoneità a creare confusione con i prodotti e l’attività del concorrente, il giudice non può sostituire alla “causa petendi” della domanda una “causa petendi” diversa:

  1. sia sotto il profilo giuridico che sotto il profilo dei fatti materiali,
  2. ne’ porre i medesimi fatti, invocati dall’attore come atti di imitazione servile,

a fondamento dell’accertamento della concorrenza sleale sotto il diverso profilo dell’art. 2598 n. 3 cod. civ.
In questo modo andrebbe oltre i limiti della domanda proposta. Si vedano sul punto: Corte di Cassazione, sentenza n. 6310 del 2003; Corte di Cassazione, sentenza n. 5437 del 2008.
Concludendo, non vi è dubbio che, nel caso della concorrenza sleale, ognuna delle ipotesi previste dall’art. 2598 cod. civ. individua un’autonoma ‘causa petendi’ fondata su accertamenti di fatto specifici ed alternativi.

(Corte di Cassazione, sezione 1 civile, sentenza n. 25652 pubblicata il 04-12-2014, presidente A. Ceccherini).

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