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Informazione commerciale e concorrenza sleale.

Informazione commerciale e concorrenza sleale.

La Cassazione si è pronunciata di recente su un caso molto frequente nella pratica. In particolare, ha sostenuto che l’apporto di conoscenze, c.d. “know how” aziendale:

  • assicurato al nuovo datore di lavoro da un dipendente precedentemente occupato presso l’impresa concorrente,
  • non può comportare automaticamente l’integrazione di atti di concorrenza sleale a danno di quest’ultima, a meno che non risultino trasferiti:
  1. dati protetti oppure
  2. una intera banca dati che trascenda le competenze ed i ricordi del lavoratore acquisito.

Vi è però un filone di giurisprudenza che prospetta una nozione più ampia di “informazione commerciale” la cui divulgazione comporta il concretarsi (quasi in automatico) di un atto di concorrenza sleale. Tuttavia tale giurisprudenza finirebbe con:

  • l’attribuire un monopolio all’ex datore di lavoro sulle conoscenze e sull’esperienza dell’ex dipendente, in assenza di diritti di proprietà industriale su informazioni segrete e soprattutto
  • mortificando anche i diritti costituzionalmente tutelati del lavoratore ex artt.4, 35 e 36 Cost. a reperire sul mercato la miglior valorizzazione e remunerazione delle sue capacità professionali.

In verità è necessario quindi un contemperamento di contrapposti interessi ed esigenze avuto riguardo alla circostanza però che siano trasferiti dei dati protetti o una intera banca dati, salvo ovviamente il caso della esistenza di un patto di non concorrenza.

Infatti sul punto merita sottolineare che, nei limiti consentiti dalla legge, è ovviamente molto meglio per l’ex datore di lavoro tutelarsi con la stipulazione di un patto di non concorrenza ex artt.2125 ovvero ex art. 2596 cod.civ. per la cosiddetta «fidelizzazione ultrattiva» del dipendente, ma se ne dovrà assumere i relativi costi necessari.

(Corte di Cass. sez. 1 sent. n. 18772 del 2019)