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Immagine aziendale – marchi

Anche se un inserzionista si impegna a non diffondere ancora il messaggio pubblicitario, gli organi dell’ordinamento autodisciplinare possono comunque valutarne la conformità alla regole del codice di autodisciplina pubblicitaria.

Un marchio, nei rapporti infragruppo, normalmente è utilizzato non solo dalla società capogruppo, ma anche dalle società "cd. figlie" ovvero dalle società operative. Quindi la società operativa è legittimata ad agire per tutelare il marchio proprietà della capogruppo.

L’art. 13 del codice di autodisciplina pubblicitaria:

1) impone il divieto di sfruttare il nome ed il marchio altrui registrato o meno. Tale divieto è estensibile agli altri segni distintivi in quanto notori,

2) tutela non la confondibilità, ma lo sfruttamento dell’importanza e della potenzialità economica  della notorietà del marchio.

L’articolo 13 del cod. di autodisciplina pubblicitaria protegge l’altrui avviamento ed investimento pubblicitario.

Chi ha investito ed è presente sul mercato anche grazie ai propri investimenti ha diritto a che non vi siano nel mercato altri segni uguali o simili che possano ridurre o eliminare la notorietà acquisita.

Per essere tutelato un marchio ovvero un altro segno distintivo:

-deve avere priorità temporale,

-deve essere molto diffuso fra il pubblico,

-deve essere notorio e

-fra i due marchi (uno sfruttato e l’altro sfruttatore) deve sussistere un divario di notorità: il secondo deve obbiettivamente essere meno notorio del primo.

Si può dedurre altresì lo sfruttamento di un segno altrui da:

-pedissequa imitazione del marchio,

-l’impiego di ulteriori altri segni distintivi,

-la vicinanza merceologica fra i beni offerti,

-le differenze fra la notorietà dei segni,

-la sovrapponibilità sostanziale del target di clientela,

-la vicinanza temporale delle campagne pubblicitarie.

(Giurì dell’Autodisciplina pubblicitaria del 09-03-2012, n. 16/2012)

(Normativa di riferimento: articoli 13 e 14 del Codice di autodisciplina pubblicitaria).

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