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Il divieto di concorrenza del lavoratore subordinato

Il lavoratore subordinato è tenuto all’obbligo di fedeltà nei confronti del proprio datore di lavoro. Il lavoratore subordinato non può quindi fare concorrenza al proprio datore di lavoro: la concorrenza gli è espressamente vietata. Più nel particolare egli non può:

a) “trattare affari, per conto proprio o di terzi” in concorrenza con il datore di lavoro,

b) “divulgare notizie attinenti all’organizzazione ed ai metodi di produzione dell’impresa, o a farne uso” sempre in danno del datore di lavoro.

1a) Trattare affari per conto proprio o di terzi.

Per affari si intende qualunque tipo di attività, anche singole operazioni in concorrenza quali:

a)incitare o consigliare clienti a rivolgersi alla concorrenza, o

b)collaborare anche occasionalmente con altri datori di lavoro.

Ovviamente gli è precluso l’esercizio in proprio di un’attività d’impresa o la partecipazione a società nelle quali abbia la qualità di socio illimitatamente responsabile, o l’assunzione di cariche amministrative in società di capitali.

Il lavoratore subordinato non può avvalersi, come spesso avviene nella prassi, neppure di intermediari o di prestanome legati al medesimo da vincoli coniugali o famigliari.

Il divieto è estensibile a tutti i lavoratori subordinati e non solo a quelli dotati di particolare qualificazione posto che la norma non fa alcun riferimento alle funzioni o alle qualifiche del lavoratore subordinato. 

Il divieto di trattare affari per conto proprio o di terzi viene meno con la cessazione del rapporto di lavoro subordinato.

Per regolamentare i rapporti dopo la cessazione del vincolo lavorativo le parti potranno stipulare un apposito patto di non concorrenza disciplinato dall’art. 2125 del c.c.

1b) La divulgazione di notizie.

Il lavoratore subordinato, indipendentemente dalle proprie mansioni o qualifiche aziendali, non può diffondere notizie aziendali. Per notizie aziendali si fa riferimento a notizie o informazioni relative:

a)all’organizzazione interna ed ai metodi di produzione,

b)alle informazioni relative alla policy aziendale (elenchi fornitori, di clienti, listini dei prezzi)

c)a tutte le informazioni aziendali indipendentemente dalla considerazione che possano o meno essere ritenute “segrete”.

Le informazioni cd “segrete” hanno una disciplina particolare. Queste ultime sono tali se:

1) particolarmente importanti per l’imprenditore e

2) per le quali l’imprenditore si sia dotato di sistemi efficienti di protezione dalla divulgazione.

In caso di divulgazione il responsabile dovrà rispondere non solo ai sensi dell’art. 2105 c.c. ma anche ai sensi dell’art. 98 e 99 del c.p.i. e degli articoli 622 e 623 del codice penale. 

D’altra parte anche colui che utilizzerà tali informazioni segrete compirà un atto di concorrenza sleale e potrà anch’egli subire un procedimento penale.

Il divieto di divulgare notizie attinenti l’azienda e di farne uso viene meno alla cessazione del rapporto lavorativo.

Tuttavia le informazioni aziendali che rivestano il carattere di “segretezza” nei termini sopra delineati, non potranno comunque essere divulgate anche successivamente alla cessazione del rapporto lavorativo.

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