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I prezzi predatori

Un’impresa dominante può abusare della propria posizione applicando i cd. prezzi predatori (predatory pricing) ai propri beni e servizi.

Quest’ultima può sopportare volontariamente un sacrificio per un determinato periodo (di solito breve) per:

a)escludere dal mercato uno o più concorrenti oppure

b)impedire che accedano a quel mercato altri concorrenti.

Scopo di tale manovra è quello di aumentare nel lungo periodo il proprio potere di mercato a danno dei consumatori.

Conclusa la fase di predatory pricing l’impresa, non avendo concorrenti, può sfruttare la propria posizione ed applicare prezzi più alti recuperando in questo modo le perdite subite prima.

Tale strategia è alla lunga costosa per l’impresa poiché di certo è il sacrificio che deve sopportare nel breve periodo, ma il futuro beneficio è incerto, poiché i concorrenti potrebbero essere più forti e resistenti di quanto previsto e rimanere sul mercato.

Proprio per questo motivi alcune imprese adottano prezzi predatori solo in riferimento ad alcuni beni o clienti determinati in quanto limitano l’entità delle perdite.

Sinceramente resta molto controverso fino a che punto un comportamento di tal genere di un’impresa possa considerarsi scorretto e dannoso per i consumatori.

Infatti la concorrenza sui prezzi è normale in un mercato concorrenziale e, direi, essenza stessa di quest’ultimo, oltre a comportare indubbi benefici per i consumatori.

Tuttavia sia la Commissione Europea che la Corte di Giustizia considerano tale pratica come violazione del divieto di abuso di posizione dominante ai sensi dell’art. 102 del TFUE.

-Sul costo di produzione.

In Europa tale pratica, alquanto diffusa, è considerata illecita quando l’impresa pratichi un prezzo inferiore al “costo marginale” da essa sostenuto per produrre il bene o per prestare il servizio.

Discussioni, però, vi sono fra giuristi ed economisti sul prezzo che, pur essendo superiore al costo marginale, rimanga comunque al di sotto del “costo variabile medio”.

In verità la giurisprudenza dovrebbe applicare tale disposizione giuridica con particolare attenzione al fine di non inibire senza giusta motivazione l’applicazione di prezzi bassi da parte di imprese (normalmente quelle dotate di un significativo potere di mercato).

Ciò anche alla luce del non univoco accordo fra esperti relativamente alla definizione dei costi di produzione, a tutte le componenti coinvolte nella determinazione di quest’ultimi, oltreché delle modalità di calcolo.

Mentre negli Stati Uniti tale condotta può essere vietata solo se: a) si dimostra la probabilità che l’impresa nel lungo periodo recuperi le perdite, b) i concorrenti siano deboli, e c) vi siano delle barriere all’ingresso nel mercato da parte dei concorrenti.

Tale condotta è vietata non perché cagiona una diminuzione dei prezzi, ma perché in prospettiva futura potrebbe tradursi in un aumento dei prezzi e minor quantità di beni a danno dei consumatori.

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