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Contravvenzione all’obbligo di fedeltà: un caso

I due lavoratori avevano contravvenuto all’obbligo di fedeltà previsto dall’art. 2105 c.c., secondo cui il prestatore d’opera “non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore”.
Mentre la società che aveva utilizzato l’ausilio dei due dipendenti poteva invece essere responsabile dell’unica ipotesi di concorrenza sleale astrattamente riferibile alla medesima e cioè quella contemplata dall’art. 2598, n. 3 c.c.
La società si era certo avvalsa delle conoscenze e competenze professionali dei due ex dipendenti dell’impresa concorrente oltre che dei contatti e dei legami da costoro intrattenuti in virtù del suddetto rapporto lavorativo.

Tuttavia – ad avviso del giudice distrettuale – non risultava che la predetta società avesse appreso e utilizzato notizie afferenti ad attività dello stesso imprenditore
destinate a rimanere riservate.
I dipendenti hanno posto in essere la violazione dell’obbligo di fedeltà di cui all’art. 2105 c.c. e tale condotta è sanzionata indipendentemente dal fatto che essa costituisca
anche concorrenza sleale.

Infatti, il dovere di fedeltà, sancito dall’art. 2105 c.c., si sostanzia nell’obbligo del lavoratore:
-di tenere un comportamento leale verso il datore di lavoro e
-di tutelarne in ogni modo gli interessi.
Pertanto, rientra nella sfera di tale dovere il divieto di trattare affari per conto proprio o di
terzi in concorrenza con l’imprenditore-datore di lavoro nel medesimo settore produttivo o commerciale.
Ciò senza che sia necessaria, allo scopo, la configurazione di una vera e propria condotta di concorrenza sleale, in una delle forme stabilite dall’art. 2598 c.c.
Si veda: Corte di Cassazione, sentenza del 19 aprile 2006, n. 9056.
(Corte di Cassazione, sezione 1° civile, sentenza n.13550, pubblicata il 30.05.2017, presidente A. Ambrosio)