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Il consulente industriale e la concorrenza sleale.

Il consulente industriale e la concorrenza.

Nel caso di un consulente industriale non è integrato l’illecito di concorrenza sleale ex art. 2598 n. 3 c.c. per sviamento di clientela nel caso in cui:

  • vi sia un accordo contrattuale tra le parti e
  • manchi l’esercizio imprenditoriale in capo anche ad uno solo dei soggetti coinvolti nell’illecito concorrenziale.

Manca uno dei presupposti della concorrenza e cioè il rapporto concorrenziale in quanto uno dei due soggetti non è imprenditore.
Il consulente industriale che è legato ai clienti da un contratto di collaborazione non puo’ definirsi imprenditore ai sensi degli articoli 2082 e 2598 c.c.
Infatti il presupposto ineludibile della previsione normativa di cui all’art. 2598 c.c. è l’esercizio imprenditoriale in capo ad ognuno dei soggetti coinvolti nell’illecito concorrenziale.
Vieppiù che nel caso affrontato dal Tribunale era anche assente, all’interno del contratto stipulato tra il consulente e la società sua committente:

  • a) un vincolo di esclusiva o
  • b) un patto di non concorrenza.

Nel caso affrontato il Tribunale ha riconosciuto condotte concorrenzialmente illecite commesse dal consulente quali:

  • lo storno della clientela e
  • la sottrazione di segreti aziendali (ai sensi degli articoli 98 e 99 del c.p.i.),

ma non ha riconosciuto il risarcimento del danno perchè colui che ha agito (la società) non ha provato il pregiudizio patito (cioè il danno).
Il Tribunale non ha liquidato neppure in via equitativa il danno patito dalla società in quanto: la valutazione equitativa non riguarda la prova dell’esistenza del danno, ma solo l’entità del danno stesso.
Infatti la Corte di Cassazione (sentenza n. 3794 del 15.02.2008) ha ribadito in più occasioni che l’onere dell’attore non si esaurisce nell’allegare e nel dimostrare l’esistenza di una mera potenzialità di danno subito, ma postula che:

  • 1)sia fornita la prova certa e concreta di tale danno, così da consentirne la liquidazione, oltrechè
  • 2)la prova del nesso causale tra il danno stesso ed i comportamenti illegittimi addebitati alla controparte.

Si potrà far ricorso ricorso alla liquidazione in via equitativa, quando sussistano i presupposti indicati dall’art. 1226 c.c., solo a condizione che:

  • l’esistenza del danno sia comunque dimostrata e
  • pur sempre sulla scorta di elementi idonei a fornire parametri plausibili di quantificazione.

Quindi nel caso affrontato dal Tribunale, pur essendo stati commessi atti di concorrenza sleale, quest’ultimo non ha riconosciuto alcun risarcimento alla società in quanto:

  • a) colui che ha commesso l’illecito non era un imprenditore e
  • b) la società non ha provato specificamente il danno subito.

(Tribunale ordinario di Bologna, sezione impresa, sentenza n. 3119 pubblicata il 29-10-2013, presidente P. Liccardo).