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Concorrenza sleale per denigrazione: la diffida inviata

Commette concorrenza sleale anche chi di diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne discredito ai sensi dell’art. 2598 n. 1 c.c.

La diffida.

Nella prassi capita spesso che vengano spedite lettere di diffida con le quali si intimano determinati soggetti a tenere un certo comportamento o ad astenersi dal compierlo.

Due ipotesi:

1) nel caso in cui questa missiva venga indirizzata direttamente al soggetto che si ritiene stia attuando un comportamento illegittimo, la diffida, può ritenersi non screditante e quindi lecita.

2) nel caso in cui invece la diffida venga inviata a soggetti terzi, per esempio clienti ovvero fornitori la situazione è ben diversa.

Spesso in queste diffide si invitano:

a) i fornitori a non rifornire oppure

b) i clienti a non rivolgersi al quel determinato imprenditore.

In questo caso la diffida può essere spedita direttamente ai terzi, o anche ad un solo cliente, oppure trasmessa tramite circolari o addirittura tramite pubblicazione sui giornali.  

Ciò che rileva per stabilire se sia lecita o meno è il contenuto della medesima (che può essere il più ampio possibile), le parole utilizzate, il tono ed i fatti per come vengono rappresentati. Fermo restando che alcune appaiono di per sé illecite.

Tuttavia in realtà per stabilire se tale tipo di diffida sia legittima o meno è necessario instaurare un contenzioso al termine del quale si stabilirà giudizialmente se il diffidato aveva commesso o meno un atto illecito e quindi di concorrenza sleale.

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