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Beni confondibili e concorrenza sleale.

Beni confondibili e concorrenza sleale.

Ai fini dell’applicazione dell’art. 2598 n.3 del cod. civ. non è necessario che i beni siano confondibili o interscambiabili.

Per la Corte di legittimità è infondata la censura di omessa verifica della intercambiabilità di dizionari (editi da UTET e da PBM) ai fini della sussistenza della concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 n.3 cod.civ.
La ricorrente in Cassazione sosteneva che la concorrenzialità dei prodotti andava verificata:

  • in una prospettiva potenziale, dovendosi esaminare se l’attività di cui si trattava e 
  • considerando la sua naturale dinamicità ed il mercato fisiologico e prevedibile (sul piano temporale, geografico e merceologico). Si veda sul punto: Corte di Cassazione, sentenza n. 17144 del 2009.

Tuttavia la Corte di Cassazione ha considerato la motivazione del ricorso:

  • un po confusa e
  • non corretta poichè l’art. 2598, n. 3, c.c. fissa una nozione di concorrenza sleale più ampia di quella propria dei due precedenti numeri: il n. 1 ed il n. 2 dell’art. 2598 c.c.

Infatti il numero 3 dell’art. 2598 cod. civ. si rifà all’uso diretto o indiretto di ogni altro mezzo contrario ai principi della correttezza professionale, la cui idoneità a danneggiare l’altrui azienda, per il suo potenziale effetto di sviamento della clientela, rende irrilevante la confondibilità obiettiva e materiale dei prodotti e delle attività concorrenti (v. Corte di Cassazione, sentenza n. 14793 del 2008).
Quindi per la Corte di legittimità non c’entra nulla che i beni siano o meno confondibili o interscambiabili per l’applicazione dell’art. 2598 n.3 c.c.

(Corte di Cassazione, sezione 1 civile, sentenza n. 16832, pubblicata il 13-08-2015, presidente R. Rordorf).

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